Il Consiglio di Stato ha affermato che le prescrizioni agevolative in tema di mutamento di destinazione d’uso urbanisticamente rilevante tra categorie funzionali diverse e non omogenee (mutamento verticale), introdotte dall’art. 23-ter d.P.R. 380/2001 dalla cd. riforma Salva casa, si applicano ai soli mutamenti concernenti singole unità immobiliari e non alle opere riguardanti interi fabbricati, per le quali le agevolazioni restano limitate ai mutamenti interni alla medesima categoria funzionale (mutamento orizzontale).
Post di Alberto Antico – avvocato
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Il Consiglio di Stato ha affermato che l’esonero dall’autorizzazione paesaggistica previsto dal punto A.1 dell’allegato A al d.P.R. 31/2017 riguarda le opere interne che non alterano l’aspetto esteriore degli edifici, anche ove comportino mutamento della destinazione d’uso. Esso non si applica all’intervento di mutamento di destinazione d’uso il cui progetto preveda anche opere esterne soggette ad autorizzazione paesaggistica (nella specie, via di accesso, area di parcheggio e copertura in tegole alla napoletana a servizio del fabbricato trasformato in officina di autoriparazione).
Post di Alberto Antico – avvocato
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Il Consiglio di Stato ha affermato la legittimità dell’annullamento d’ufficio dell’autorizzazione paesaggistica postuma rilasciata ai sensi dell’art. 167 d.lgs. 42/2004 per un mutamento di destinazione d’uso che abbia comportato la trasformazione di superfici accessorie in superfici utili. Tale intervento, determinando la creazione di superficie utile, esula dalle ipotesi tassativamente sanabili di cui al co. 4, lett. a dell’art. 167 cit. (nella specie, un fabbricato originariamente destinato in parte a deposito agricolo e in parte ad abitazione era stato trasformato per intero in officina di autoriparazione).
È legittimo l’annullamento d’ufficio, adottato entro il termine di cui all’art. 21-nonies l. 241/1990, di un titolo edilizio inteso in senso ampio, ivi compresa l’autorizzazione paesaggistica postuma, la cui motivazione si limiti a rilevare l’illegittimità del titolo, senza dare atto della sussistenza di un interesse pubblico di particolare rilevanza. Ciò vale tanto più ove l’intervento ricada in zona sottoposta a vincolo paesaggistico, attesa la preminenza che l’interesse paesaggistico assume in ragione del suo rilievo costituzionale ai sensi dell’art. 9 Cost.
Post di Alberto Antico – avvocato
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Il TAR Salerno afferma che la pubblica amministrazione non può limitarsi al modello utilizzato per presentare una domanda di sanatoria quando il contenuto complessivo dell’istanza evidenzia una diversa qualificazione giuridica possibile.
Se la domanda richiama l’art. 36 del d.P.R. n. 380/2001, ma la relazione tecnica prospetta anche demolizioni, riduzioni o modifiche delle opere, l’amministrazione deve esaminare il contenuto sostanziale dell’istanza. Quando permangono dubbi, può e deve chiedere chiarimenti e integrazioni documentali, così da individuare correttamente il procedimento da applicare.
Non si tratta di riconoscere un diritto automatico alla sanatoria, ma di impedire che una domanda dal contenuto oggettivamente incerto venga respinta senza prima chiarirne l’effettiva portata.
Ricordiamo che l’art. 6 L. 241/1990 stabilisce che il responsabile del procedimento “a) valuta, ai fini istruttori, le condizioni di ammissibilità, i requisiti di legittimazione ed i presupposti che siano rilevanti per l’emanazione di provvedimento; b) accerta di ufficio i fatti, disponendo il compimento degli atti all’uopo necessari, e adotta ogni misura per l’adeguato e sollecito svolgimento dell’istruttoria. In particolare, può chiedere il rilascio di dichiarazioni e la rettifica di dichiarazioni o istanze erronee o incomplete e può esperire accertamenti tecnici ed ispezioni ed ordinare esibizioni documentali...”.
Post di Dario Meneguzzo – avvocato
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La disciplina introdotta dal decreto “Salva Casa” può trovare applicazione anche quando, prima della presentazione della nuova istanza di sanatoria, siano già state adottate ordinanze di demolizione o sia stato respinto un precedente accertamento di conformità.
Il limite è rappresentato dall’avvenuto irreversibile ripristino dello stato dei luoghi: finché tale effetto non si è prodotto, l’amministrazione deve esaminare la nuova domanda alla luce della disciplina sopravvenuta e dei suoi nuovi presupposti.
Post di Dario Meneguzzo - avvocato
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Il Consiglio di Stato ha affermato che, in materia di impianti di produzione di energia da fonte rinnovabile (FER), la regola transitoria ex art. 15 d.lgs. 190/2024 per cui è applicabile la disciplina antecedente a quella introdotta dal d.lgs. cit. alle procedure in corso alla data di entrata in vigore di esso, intendendosi per tali solo quelle la cui verifica di completezza della documentazione presentata a corredo del progetto risulti compiuta a tale data, va integrata con quella per cui le Regioni e gli Enti locali dispongono di 180 giorni per adeguarsi al nuovo decreto e, nelle more di tale adeguamento, continua ad applicarsi la disciplina previgente (art. 1, co. 3 d.lgs. cit.), che non opera solo sul piano organizzativo, ma anche su quello dell’efficacia sostanziale delle nuove regole autorizzative.
In materia di impianti FER, l’accoglimento della censura circa l’illegittima mancata applicazione della disciplina transitoria di cui al d.lgs. 190/2024, con conseguente applicabilità del regime della PAS e non dell’autorizzazione unica, comporta che, in sede di riedizione del potere, la P.A. è tenuta a riesaminare l’istanza alla luce della corretta disciplina normativa intertemporale, poiché non si tratta di applicare oggi una normativa “abrogata”, ma di riconoscere che la normativa previgente continua ad applicarsi alla procedura in forza della stessa disciplina transitoria.
L’art. 20, co. 8, lett. c-ter, n. 2 d.lgs. 199/2021 (oggi abrogato), che considerava idonee, nelle condizioni ivi previste, le aree interne agli impianti industriali e agli stabilimenti, nonché le aree agricole racchiuse in un perimetro i cui punti distassero non più di 500 metri dal medesimo impianto o stabilimento, non identificava lo stabilimento con il singolo impianto, né richiedeva che tutte le attività ivi svolte fossero omogenee quanto a funzione immediata. Al contrario, la nozione normativa contemplava espressamente la presenza, all’interno del medesimo stabilimento, di “uno o più impianti” e lo svolgimento di “una o più attività” (per rinvio all’art. 268, co. 1, lett. h d.lgs. 152/2006), purché tali elementi fossero riconducibili a un complesso unitario e stabile, configurato come un complessivo ciclo produttivo e sottoposto al potere decisionale di un unico gestore.
Post di Alberto Antico – avvocato
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Il Consiglio di Stato ha affermato la legittimità della sospensione temporanea dell’attività di somministrazione prevista da un regolamento di polizia urbana comunale, in caso di reiterata violazione del divieto di installazione all’esterno dei locali di dispositivi di amplificazione e riproduzione sonora: la misura non ha natura di sanzione amministrativa punitiva e interdittiva ai sensi della l. 689/1981, soggetta al principio di legalità, ma costituisce esercizio del potere conformativo e ripristinatorio della P.A., volto a ricondurre l’attività economica entro le prescrizioni pubblicistiche poste a tutela della quiete pubblica, della salute e del corretto esercizio dell’attività autorizzata. In ogni caso l’art. 9 l. 447/1995 conferisce al Sindaco il potere di inibire emissioni sonore, anche mediante l’inibitoria parziale o totale di determinate attività, al fine di garantire la quiete pubblica.
È legittima la previsione regolamentare comunale che consente la sospensione dell’attività economica in presenza di reiterate violazioni delle prescrizioni poste a tutela dall’inquinamento acustico, trovando essa fondamento nella potestà regolamentare comunale, nei poteri di tutela della salute e della quiete pubblica attribuiti agli Enti locali e, in particolare, nell’art. 9 cit., che consente l’adozione di misure inibitorie, anche parziali o totali, delle attività produttive delle emissioni sonore pregiudizievoli, anche indipendentemente dai presupposti delle ordinanze contingibili e urgenti.
È legittima la sospensione temporanea dell’attività commerciale prevista dalla disciplina regolamentare comunale per la reiterazione delle violazioni in materia di emissioni sonore, in quanto la misura è diretta alla tutela della quiete pubblica e della salute collettiva, beni aventi rilievo costituzionale prevalente sugli interessi economici del singolo operatore che tragga utilità dall’attività economica produttiva del disturbo.
Post di Alberto Antico – avvocato
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Il giudizio favorevole della Commissione per il Paesaggio attiene alla compatibilità dell’intervento con i valori paesaggistici.
Non accerta, però, la conformità urbanistico-edilizia del progetto e non esclude la necessità di un piano attuativo o di un titolo edilizio. Post di Dario Meneguzzo – avvocato
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L’ordinanza cautelare che impone al Comune di riesaminare una pratica edilizia ha natura propulsiva e istruttoria. Vincola l’amministrazione a riaprire o completare l’istruttoria, ma non la obbliga a rilasciare il titolo, né impedisce l’adozione di un diniego adeguatamente motivato.
Post di Dario Meneguzzo – avvocato
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Il T.A.R. Parma afferma che il PUA esplica la sua efficacia cd. ultrattiva, anche dopo la sua naturale scadenza decennale, ex art. 17 della l. 1150/1942 e, in Veneto, ex art. 20 della l.r. Veneto n. 1172004, e salvo le cd. proroghe ex lege emergenziali, solo se le opere di urbanizzazione sono state completamente completate, collaudate e cedute al Comune; in caso contrario, infatti, non vi è alcuna ragione giuridica per consentire la prosecuzione di uno sviluppo edificatorio (rectius: la realizzazione e/o il completamento gli edifici) in assenza della propedeutiche opere di urbanizzazione.
Post di Matteo Acquasaliente - avvocato
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