Il Consiglio di Stato ha affermato che nel processo amministrativo, l’appello incidentale improprio è ammissibile quando sia proposto dalla parte parzialmente soccombente in primo grado al fine, di ottenere la riforma dei capi della sentenza ad essa sfavorevoli. L’appello incidentale, se ritualmente e tempestivamente proposto, conserva la sua autonomia rispetto all’appello principale.
Il Consiglio di Stato ha affermato che costituisce segno di riconoscimento, con conseguente nullità del voto, la cancellazione di una preferenza già espressa e la successiva riscrittura del nominativo nello spazio corretto, non potendo tale anomalia essere ricondotta ad un mero errore scusabile dell’elettore, il quale, in presenza di errori nella compilazione della scheda, è tenuto a richiederne la sostituzione all’ufficio elettorale.
È valido il voto espresso per una lista e per il candidato Sindaco ad essa collegato, qualora la preferenza per un candidato appartenente alla medesima lista sia apposta nello spazio destinato ad altra lista, trattandosi di mera irregolarità materiale che non incide sull’univoca ricostruzione della volontà dell’elettore. Resta inefficace, in applicazione dell’art. 57 d.P.R. 570/1960, applicabile alle consultazioni elettorali nei Comuni fino a 15.00 abitanti, soltanto l’eventuale preferenza riferita a candidati appartenenti ad una lista diversa da quella votata.
L’indicazione nella scheda elettorale del nominativo di un soggetto non candidato integra un segno di riconoscimento e comporta la nullità del voto, salvo che l’anomalia risulti plausibilmente riconducibile a un errore derivante dalla contestuale presenza del medesimo nominativo in un’altra competizione elettorale svoltasi nello stesso contesto temporale. Nel caso di specie, i nominativi inseriti nelle schede corrispondevano a soggetti non candidati, ma appartenenti al corpo elettorale e candidati in precedenti elezioni. La circostanza che i nominativi indicati corrispondessero a candidati di elezioni precedenti (e non contestuali) non giustificava l’errore, in quanto la successione cronologica, a distanza di un significativo lasso temporale, escludeva o, comunque, rendeva implausibile la confusione dell’elettore. I nominativi indicati nelle schede corrispondevano a quelli di potenziali elettori e si traducevano, quindi, in una ipotesi scolastica di segni di riconoscimento.
Nei Comuni sino a 2.000 abitati, in cui non è ammessa né la doppia preferenza, né il voto disgiunto, integra segno di riconoscimento, con conseguente nullità del voto, l’indicazione di due preferenze, di cui una soltanto riconducibile alla lista espressamente votata. Nel caso di specie, l’anomala compilazione della scheda non trovava una plausibile spiegazione nell’imperizia dell’elettore, da escludersi in considerazione della precisa redazione, con l’apposizione della croce sul simbolo di una delle due liste e con la indicazione delle preferenze, in modo ordinato e chiaro, negli spazi corrispondenti alle due liste avversarie (modalità di redazione che disvelavano la piena padronanza del sistema elettorale).
Nel giudizio elettorale, qualora la sentenza sia stata annullata per omessa integrazione del contraddittorio nei confronti di controinteressati o litisconsorti necessari, la tempestività del ricorso incidentale proposto dai soggetti pretermessi deve essere valutata esclusivamente con riferimento al giudizio riassunto, non potendosi imputare loro la mancata proposizione di difese nel processo successivamente dichiarato nullo.
Qualora il giudice, dopo avere dichiarato inammissibile una domanda o un motivo, proceda ugualmente ad esaminarne il merito, le relative argomentazioni sono prive di effetti decisori e non determinano alcun onere di impugnazione, dovendo la parte soccombente censurare esclusivamente la statuizione processuale che costituisce la reale ratio decidendi della sentenza e riproporre i motivi da intendersi non esaminati. Nella specie, tale principio ha consentito di convertire le censure rivolte alla motivazione sul merito in riproposizione dei motivi del ricorso incidentale, erroneamente dichiarato inammissibile.
Post di Alberto Antico – avvocato
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Il Consiglio di Stato ha affermato l’illegittimità dell’interdittiva antimafia che non rechi una specifica valutazione in ordine all’applicabilità delle misure di prevenzione collaborativa ex art. 94-bis d.lgs. 159/2011, costituendo l’interdittiva una extrema ratio, circoscritta alle situazioni più gravi di pericolo di condizionamento. Grava sulla P.A. l’onere di motivare l’insussistenza delle condizioni per disporre tali misure e, quindi, l’idoneità della sola, più gravosa, misura interdittiva a fronteggiare il pericolo di infiltrazione.
L’obbligo motivazionale sull’insussistenza delle condizioni per disporre le misure amministrative di prevenzione collaborativa: a) non può ritenersi assolto in via implicita, poiché tale conclusione, se generalizzata, sterilizzerebbe la garanzia di un approccio graduale alla prevenzione antimafia; b) permane anche qualora l’operatore economico non si sia avvalso della facoltà di partecipare al procedimento amministrativo; c) può ritenersi assolto quando vengono messi in luce elementi che indichino un legame strutturale, organico o duraturo tra l’impresa e la criminalità organizzata, con riferimento alla continuità e stabilità dei rapporti con soggetti controindicati e, in particolare, al condizionamento della gestione aziendale.
Post di Alberto Antico – avvocato
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Il TAR Napoli ha affermato che non è nullo per violazione o elusione del giudicato il provvedimento con cui la P.A., dopo l’annullamento giurisdizionale della graduatoria di una procedura per il rilascio di concessioni demaniali marittime, revoca la procedura medesima per destinare il bene a un uso ritenuto più rispondente alla fruizione collettiva, trattandosi di riesercizio del potere amministrativo non consumato dal giudicato.
La violazione del giudicato ricorre quando la P.A. adotti un nuovo provvedimento che riproduca i vizi già accertati o contrasti con puntuali prescrizioni conformative della sentenza; l’elusione ricorre invece quando la P.A., pur conformandosi formalmente alla decisione, persegua nella sostanza il medesimo risultato già ritenuto illegittimo.
La revoca della procedura concessoria è espressione di discrezionalità amministrativa, sindacabile dal G.A. nei soli limiti della manifesta illogicità, dell’irragionevolezza, del travisamento dei fatti o dell’evidente difetto di istruttoria, senza che la valutazione della P.A. possa essere sostituita da una diversa ponderazione degli interessi. Il rilascio e la permanenza della concessione non costituiscono un fine in sé, ma restano subordinati alla verifica della loro costante compatibilità con le esigenze pubbliche che insistono sul territorio. In tale prospettiva, l’interesse pubblico sotteso all’art. 36 cod.nav. (evitare che il bene sia sottratto all’uso generale se non nei limiti compatibili con le esigenze collettive) costituisce il parametro cui deve orientarsi l’azione amministrativa. Tra gli interessi valutabili dalla P.A. rientra la scelta di destinare il bene a una fruizione più aperta e vantaggiosa per la collettività, in luogo dell’utilizzazione particolare riservata al concessionario.
È legittima la revoca degli atti della procedura a evidenza pubblica per il rilascio di una concessione demaniale disposta prima dell’aggiudicazione definitiva, senza previa comunicazione di avvio del procedimento ai concorrenti, i quali sono titolari di mere aspettative e non di posizioni giuridiche consolidate.
Post di Alberto Antico – avvocato
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Il TAR del Lazio, Sede di Roma ha affermato che il giudice amministrativo può prendere cognizione d’ufficio di un provvedimento giurisdizionale pubblicato sul sito istituzionale della giustizia amministrativa e tenerne conto ai fini della decisione, anche quando la parte lo abbia depositato tardivamente e la relativa produzione debba essere stralciata. La pubblicazione ufficiale del provvedimento ne consente la consultazione quale fonte di cognizione distinta dall’allegazione processuale della parte. Il giudice dell’ottemperanza che sia stato relatore della sentenza della cui esecuzione si tratta non ha l’obbligo di astenersi, né tale circostanza integra, di per sé, una grave ragione di convenienza ai fini dell’astensione facoltativa, da valutarsi in concreto. Il rapporto tra giudizio di cognizione e successivo giudizio di ottemperanza non configura una successione tra diversi gradi del medesimo processo. La sostituzione del relatore non viola il principio del giudice naturale precostituito per legge, che riguarda l’individuazione dell’ufficio giudiziario competente e non la designazione dei singoli componenti del collegio: non può, pertanto, essere accolta l’istanza di ostensione del provvedimento di sostituzione, proposta al solo fine di sindacarne le ragioni.
Post di Alberto Antico – avvocato
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Il Consiglio di Stato ha affermato che gli avvocati che esercitano con continuità presso un ufficio giudiziario in grave e strutturale carenza di organico sono legittimati a impugnare gli atti del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (CPGA), quale organo di autogoverno, sull’assegnazione dei magistrati amministrativi alle sedi, in quanto titolari di una posizione differenziata derivante dalla propria funzione professionale, incisa dalla scopertura dell’ufficio giudiziario e con la finalità di assicurare l’effettività della tutela giurisdizionale alle parti, che essi assistono e rappresentano nei giudizi pendenti dinanzi al TAR.
Sussiste l’interesse ad agire, attuale e concreto, degli avvocati che impugnano l’omessa assegnazione da parte del CPGA di un magistrato amministrativo all’ufficio ove patrocinano, versante in documentata scopertura strutturale di organico, senza che occorra quantificare i ritardi nelle singole cause patrocinate - onere risolventesi in una probatio diabolica - gravando semmai sulla P.A., che dispone dei dati sui flussi, la prova contraria dell’efficienza dell’ufficio.
La scelta discrezionale del CPGA sull’assegnazione di un magistrato amministrativo è sindacabile per ragionevolezza, proporzionalità, adeguatezza della motivazione e completezza dell’istruttoria, senza invasione del merito e l’annullamento non impone l’assegnazione del magistrato all’ufficio in scopertura, ma vincola la riedizione del potere ai soli criteri che governano assegnazioni e trasferimenti.
È illegittima, per difetto di istruttoria e motivazione, la delibera che assegna il magistrato disponibile a un TAR prossimo alla copertura dell’organico, anziché a un altro ufficio in scopertura “emergenziale”, senza valutare, alla stregua dei criteri di priorità auto-fissati, se la vacanza di quest’ultimo dovesse essere colmata per prima, e fondando la scelta sull’asserita superiore “qualità” del contenzioso della sede prescelta, criterio non previsto né supportato da dati oggettivi e omogenei.
Il TAR Lombardia ha ritenuto che il Comune possa farlo.
La possibilità di ricorrere all’espropriazione per stabilizzare la disponibilità di un’area già occupata da un impianto di rete pubblica di comunicazione elettronica è prevista anche quando l’operatore detenga il sito in base a un accordo privatistico.
Il TAR Lombardia ha ritenuto che la locazione in corso non impedisca l’apposizione del vincolo preordinato all’esproprio del diritto di superficie.
Segnaliamo, peraltro, che il TAR Roma ha successivamente precisato che, sebbene l'esistenza di un contratto di locazione non impedisca l'apposizione del vincolo preordinato all'esproprio, il Comune non è automaticamente obbligato a imporre il vincolo, ma è chiamato a svolgere una valutazione in ordine alla localizzazione dell'opera, alla sua consistenza, alla compatibilità con l'assetto urbanistico del territorio e, più in generale, alla sussistenza dei presupposti richiesti per l'esercizio del potere sollecitato dal gestore istante.
Questo post fa seguito a un altro pubblicato sullo stesso tema in data 8 ottobre 2026.
Post di Dario Meneguzzo – avvocato
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Il Consiglio di Stato ha affermato la legittimità dell’archiviazione della segnalazione certificata di agibilità presentata dal conduttore di un immobile contro la volontà del proprietario, il quale vi si sia opposto lamentando l’abusività delle opere. Il conflitto tra la posizione del proprietario e quella del titolare di un diritto personale di godimento sull’immobile deve risolversi a favore del primo, sicché la segnalazione presentata da chi non abbia titolo a produrre modifiche, materiali o giuridiche, irreversibili sull’immobile senza il consenso del proprietario è, ab origine, inidonea a produrre i propri effetti, per radicale difetto di legittimazione del segnalante.
Post di Alberto Antico – avvocato
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Il Consiglio di Stato ha affermato che l’ordine di esecuzione di interventi su aree inquinate, ivi incluse le misure meno invasive, come quelle volte a predisporre uno studio di analisi dei rischi sanitario e ambientale, possono essere adottati, conformemente al principio “chi inquina paga”, solo nei confronti del responsabile dell’inquinamento e non anche rispetto al mero proprietario dell’area non responsabile, che può scegliere se procedere volontariamente nel senso chiesto dalla P.A.
Post di Alberto Antico – avvocato
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Per l’annullamento d’ufficio di un permesso di costruire formatosi per silenzio-assenso non basta evidenziare il vizio originario.
L’amministrazione deve poi svolgere una valutazione autonoma, attuale e comparativa dell’interesse pubblico al ritiro e dell’affidamento del privato, considerando anche l'eventuale normativa urbanistica sopravvenuta tra il momento di formazione del silenzio assenso e quello della decisione di annullarlo.
Dario Meneguzzo – avvocato
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